La Via Gottardo non è solo una strada. È un’arteria millenaria che ha pulsato per secoli al ritmo degli zoccoli dei muli, del cigolio delle ruote dei carri, del respiro affannoso dei mercanti che trasportavano la ricchezza del Nord verso il Sud del continente.
Immaginate di trovarvi nell’autunno del 1237. Siete un mercante di Lubecca, città anseatica affacciata sul Mar Baltico, e avete appena concluso l’affare della vostra vita: duecento balle di pellicce di martora, comprate a prezzo di favore dai cacciatori finlandesi, che dovete consegnare a Venezia prima che scada il termine della fiera. Il guaio è che tra voi e la Serenissima si ergono le Alpi. Non le dolci colline della Germania meridionale, ma quelle vere, quelle che fanno paura: rocce verticali, ghiacciai perpetui, valli dove la neve arriva a coprire i tetti delle case per mesi.
Eppure esiste un passaggio. Un punto dove la montagna, per una volta, ha ceduto. Una gola stretta, scavata dal fiume Reuss, dove qualcuno — chissà chi, chissà quando — ha gettato un ponte. La gente del posto lo chiama Teufelsbrücke, il Ponte del Diavolo. E attraverso quel ponte, per seicento anni, è passata la ricchezza d’Europa.
Il Ponte del Diavolo: Dove la Leggenda incontra la Storia
La prima cosa che colpisce, quando si arriva alla Schöllenen, è l’assurdità del luogo. La gola è stretta, così stretta che a tratti sembra che le pareti di granito si tocchino. Il fiume Reuss scorre impetuoso centinaia di metri più in basso, un sottile filo d’argento tra le rocce. E lì, in quel punto esatto dove la gola è più stretta, qualcuno ha deciso di costruire un ponte.
La leggenda — quella che i contadini raccontavano ai mercanti per spaventarli, o forse per giustificare il pedaggio esorbitante — vuole che il ponte sia stato costruito dal Diavolo in persona. Il patto era semplice: il maligno avrebbe costruito il ponte in una sola notte, in cambio dell’anima del primo essere vivente che l’avesse attraversato. Gli abitanti del villaggio, furbi, mandarono un capro. Il Diavolo, furibondo per l’inganno, avrebbe cercato di distruggere il ponte con un masso, che però cadde nel fiume senza colpire l’arcata. Ancora oggi, dicono, quel masso è lì, visibile quando le acque del Reuss sono basse.
Ma la storia vera è altrettanto affascinante. Il primo ponte documentato risale al 1230 circa, costruito probabilmente dai monaci dell’ospizio del San Gottardo, che da decenni assistevano i pellegrini diretti a Roma. Era un ponte in legno, sospeso tra le rocce con corde di canapa, che oscillava al vento facendo terrorizzare i viandanti. Quando nel 1707 una piena del Reuss lo distrusse, i mercanti dovettero fare diversi mesi di giri lunghissimi attraverso il Passo del Brennero o il Sempione, perdendo fortune in ritardi e merci deperibili.
Il ponte che si vede oggi — o meglio, quello che si vedeva fino al 1958, quando venne sostituito dall’attuale strada moderna — fu costruito tra il 1595 e il 1598 su ordine del Canton Uri. Era un capolavoro d’ingegneria per l’epoca: un’unica arcata in pietra di 55 metri di luce, alta 25 metri sopra il fiume, abbastanza larga per far passare due carri affiancati. Costò una fortuna, pagata con i pedaggi che i cantoni elvetici riscuotevano dai mercanti: due soldi per ogni mulo carico, quattro per ogni cavallo, un fiorino d’oro per ogni carro con merci pregiate.
💡 Curiosità storica: Il pedaggio del San Gottardo era così redditizio che i cantoni di Uri e Schwyz, che lo gestivano in condominio, si litigarono per secoli le quote di spartizione. Nel 1640 il dispute arrivò alle armi: trecento uomini di Uri assaltarono la caserma del pedaggio di Schwyz, uccidendo dodici guardie. La Confederazione dovette intervenire per pacificare i due cantoni, aumentando la quota di Uri dal 40% al 55%.
I Mercanti del Gottardo: Una Comunità senza Frontiere
Attraversare il San Gottardo non era impresa per deboli di cuore. Dall’inizio della salita a Hospental, a 1450 metri d’altezza, fino al passo vero e proprio a 2106 metri, il dislivello era di oltre 650 metri in appena 8 chilometri. Le mulattiere erano strette, a tratti scavate nella roccia viva, con parapetti di legno marcio che non avrebbero fermato una capra, figuriamoci un carro carico di merci.
I mercanti avevano sviluppato un sistema collaudato. I carri venivano smontati pezzo per pezzo a Göschenen, l’ultimo villaggio prima della gola, e le merci caricate sui muli. I mulattieri — quasi sempre uomini del posto, che conoscevano ogni sassolino del percorso — guidavano le bestie attraverso il ponte del Diavolo con una sicurezza disprezzante del pericolo. Si diceva che i muli del Gottardo fossero addestrati fin da piccoli a non guardare mai giù, verso il vuoto della gola.
Una volta superato il passo, la discesa verso il Ticino era altrettanto impegnativa. Le mulattiere erano così ripide che i carri dovevano essere frenati con tronchi d’albero legati alle ruote posteriori, che venivano trascinati per creare attrito. Un errore di calcolo, una corda che cedeva, e il carro precipitava per centinaia di metri, trasformando una fortuna in un cumulo di rottami.
Ma chi erano questi uomini che rischiavano la vita per portare la seta di Lione a Norimberga, o le spezie di Venezia ad Amburgo? I documenti dell’epoca — registri doganali, contratti di trasporto, lettere commerciali conservate negli archivi di Milano e di Zurigo — ci dicono che la maggior parte erano piccoli imprenditori, spesso organizzati in società di carico che dividevano rischi e profitti.
C’era Hans Fugger, della potente famiglia di mercanti di Augusta, che nel 1473 attraversò il Gottardo con un carico di tessuti di lana inglesi destinati ai mercati lombardi. C’erano i fratelli Tucher di Norimberga, specializzati nelle spezie orientali che compravano a Venezia e rivendevano nelle fiere di Lipsia. C’erano i mercanti milanesi, che portavano verso Nord i prodotti della manifattura lombarda: armi, armature, vetri, sete.
E poi c’erano i “facchini del Gottardo”, i portatori professionisti che per secoli hanno rappresentato una vera e propria castella lavorativa. Nel 1515, un viaggiatore veneziano annotò nel suo diario:

“A Göschenen si trovano più di duecento uomini pronti a caricarsi le merci in spalla. Chiedono tre fiorini per quintale fino al passo, e cinque fino a Airolo. Sono robusti come tori e sicuri come muli, ma attenti a non pagarli in anticipo: se il carico è pesante, potrebbero abbandonarlo a metà strada e sparire con l’anticipo.“

La Strada dei Papi, dei Re e delle Guerre
Il San Gottardo non era solo una via commerciale. Era anche una strada di potere. I papi, che dal 1378 risiedevano ad Avignone invece che a Roma, dovevano attraversare le Alpi ogni volta che volevano raggiungere l’Italia. Nel 1417, quando il Concilio di Costanza depose l’antipapa Giovanni XXIII e riportò il papato a Roma, il corteo di Martino V attraversò il Gottardo con una scorta di mille uomini, cento carri di bagagli, e una scorta di venticinque cardinali.
I re e gli imperatori seguirono lo stesso percorso. Nel 1499, l’imperatore Massimiliano I° d’Asburgo attraversò il passo con il suo esercito per sottomettere la Confederazione Elvetica. La campagna fu un disastro: le truppe imperiali, abituate alle pianure boeme, si trovarono impantanate nella neve delle Alpi, bersaglio facile degli arcieri svizzeri che conoscevano ogni anfratto. Massimiliano dovette ritirarsi con le pive nel sacco, e la Confederazione ottenne l’indipendenza de facto.
Ma fu soprattutto durante le Guerre d’Italia del XVI secolo che il Gottardo divenne una strategia militare cruciale. I mercenari svizzeri, che combattevano per tutte le parti in causa, usavano il passo come via di ritorno verso casa. Nel 1515, dopo la sconfitta di Marignano contro i francesi, tremila svizzeri feriti attraversarono il Gottardo in pieno inverno, lasciando una scia di morti lungo il percorso. Le cronache parlano di “uomini congelati ancora in piedi, appoggiati ai bastoni, che sembravano statue di ghiaccio”.
Nel 1799, durante le guerre napoleoniche, il passo vide uno degli episodi più drammatici della sua storia. L’esercito russo del generale Suvorov, in ritirata dopo la sconfitta di Zurigo, cercò di attraversare le Alpi in ottobre, quando la prima neve aveva già coperto le mulattiere. I soldati, senza scarpe adeguate e con le divise in brandelli, lasciarono migliaia di morti sul percorso. Andermatt, il villaggio all’imbocco del passo, fu trasformato in un ospedale di campo dove morirono più di duemila russi in una sola settimana.
🔍 Approfondimento: La leggenda della "Tremola"
La strada che scende dal passo del S.Gottardo verso Airolo, chiamata "Tremola" deve il suo nome al latino Mons Tremulus, antico nome della zona. Il termine evoca la natura del terreno, storicamente instabile e soggetto a tremolii o scivolamenti, oltre a richiamare il caratteristico fondo in pavé che fa "tremare" i veicoli. Fu costruita tra il 1827 e il 1830 dall'ingegnere ticinese Francesco Meschini. È un capolavoro di ingegneria ottocentesca: 4 chilometri di strada lastricata in granito, con 24 tornanti che scendono di 300 metri di dislivello. Ogni pietra fu posata a mano da operai locali, che lavorarono in condizioni estreme per tre anni. Ancora oggi, la Tremola è considerata una delle strade storiche più spettacolari d'Europa.
Quando il vapore sostitui i muli
Il Declino e la Rinascita
La fine della Via Gottardo come arteria commerciale principale arrivò improvvisa, quasi brutale. Nel 1882 venne inaugurato il Tunnel del San Gottardo, il più lungo del mondo all’epoca: 15 chilometri scavati nella roccia, che permettevano ai treni di attraversare la montagna in mezz’ora invece che in due giorni di faticosa marcia.
I mulattieri, i portatori, i locandieri delle stazioni di posta si trovarono improvvisamente senza lavoro. Airolo, il villaggio ticinese all’uscita del tunnel, che per secoli aveva vissuto di pedaggi e servizi ai viandanti, divenne un centro industriale con le officine ferroviarie. Göschenen, sul versante nord, si trasformò in una stazione di transito anonima.

Il ponte del Diavolo, quello vero, quello che aveva resistito a inondazioni, terremoti e guerre, venne smantellato nel 1958 per far posto all’autostrada. Oggi ne rimane solo un arco, ricostruito come monumento a qualche centinaio di metri dall’originale, dove i turisti si fermano a fotografare senza sapere che lì, per seicento anni, era passata la ricchezza d’Europa.
Ma la storia della Via Gottardo non è finita. Nel 2016 è stato inaugurato il Tunnel di Base del San Gottardo, il tunnel ferroviario più lungo del mondo: 57 chilometri che permettono ai treni merci di attraversare le Alpi in un’ora, collegando Rotterdam a Milano in meno di un giorno. Il vecchio tunnel del 1882 è diventato un itinerario turistico, percorribile in bici o a piedi, dove si possono ancora vedere le tracce dei primi operai che lo scavarono.
Seguire le Orme dei Mercanti: Un Viaggio nel Passato
Oggi, percorrere la Via Gottardo significa fare un viaggio nella storia. Dalla stazione di Göschenen, si può prendere il sentiero che risale la gola della Schöllenen, passando accanto al Ponte del Diavolo, fino al passo vero e proprio. Il percorso è segnalato, ben tenuto, e richiede circa 4-5 ore di cammino.
Lungo il tragitto si incontrano i resti delle antiche stazioni di posta: l’Ospizio del San Gottardo, fondato nel 1230 e ancora oggi attivo come albergo e ristorante; la caserma dei doganieri, dove i mercanti pagavano i pedaggi; le cappelle votive costruite dai viandanti in ringraziamento per essere sopravvissuti alla traversata.
Giunti al passo, si può visitare il Museo Nazionale del San Gottardo, che racconta la storia della via attraverso oggetti, documenti e ricostruzioni. C’è la riproduzione di un carro medievale, con le sue ruote massicce e la copertura di cuoio per proteggere le merci dalla pioggia. Ci sono le impronte di ferro che i mulattieri usavano per le scarpe, per non scivolare sul ghiaccio. C’è perfino un frammento del primo ponte del Diavolo, recuperato dal letto del fiume nel 1900.
E poi c’è il panorama. Da un lato, il bacino idrografico del Reno, che porta le sue acque verso il Mare del Nord. Dall’altro, la valle del Ticino, che scorre verso il Po e il Mare Adriatico. Per secoli, questo è stato il punto più alto, più difficile, più strategico d’Europa. E oggi, mentre i treni sfrecciano nel tunnel sotterraneo, noi possiamo ancora camminare sulle stesse pietre che hanno calpestato mercanti, papi, re e soldati. E capire che la storia, a volte, si può toccare con mano.
🎨 Dettaglio culturale: Il "Gottardo" nella toponomastica
Il nome "San Gottardo" deriva da Godehardo, vescovo di Hildesheim, che morì nel 1038 e fu canonizzato nel 1131. Il passo prese il suo nome dall'ospizio fondato dai monaci di Hildesheim nel XII secolo. Curiosamente, prima di allora il passo si chiamava "Mons Elvecius" (Monte degli Elvezi) o semplicemente "Alpes Helvetiorum". Il cambio di nome riflette la cristianizzazione progressiva della via, che da percorso pagano divenne itinerario di pellegrinaggio.
Domande Frequenti sulla Via Gottardo
Quando è stato costruito il primo Ponte del Diavolo?
Il primo ponte documentato risale al 1230 circa, anche alcune fonti suggeriscono che esistesse già una struttura in legno nel XII secolo. Il ponte in pietra che divenne famoso in tutta Europa fu costruito tra il 1595 e il 1598.
Perché il San Gottardo era così importante per il commercio europeo?
Il passo del San Gottardo rappresentava il collegamento più diretto tra il Nord Europa (Germania, Paesi Bassi, Scandinavia) e l'Italia settentrionale. Rispetto agli altri valichi alpini, permetteva di risparmiare diversi giorni di viaggio, riducendo costi e rischi per i mercanti.
Che tipo di merci venivano trasportate attraverso il Gottardo?
Le merci più comuni erano: pellicce e prodotti del Nord Europa diretti verso l'Italia; sete, spezie, tessuti pregiati e prodotti manifatturieri italiani diretti verso Nord. Erano frequenti anche il trasporto di armi, armature, vetri, metalli preziosi e manufatti artistici.
Quanto costava attraversare il passo nel Medioevo?
I pedaggi variavano in base al tipo di merce e al mezzo di trasporto. Un mulo carico pagava circa 2 soldi, un cavallo 4 soldi, un carro con merci pregiate poteva arrivare a 1 fiorino d'oro (equivalente a diversi giorni di lavoro di un artigiano). I portatori professionali chiedevano 3-5 fiorini per quintale di merce.
È possibile percorrere oggi l’antica Via Gottardo?
Sì, il percorso storico è stato trasformato in un itinerario escursionistico segnalato che parte da Göschenen (Canton Uri) e arriva ad Airolo (Canton Ticino), passando per il Ponte del Diavolo e il passo del San Gottardo. Il percorso richiede circa 4-5 ore di cammino ed è accessibile da maggio a ottobre.
Dove si trova il Museo del San Gottardo?
Il Museo Nazionale del San Gottardo si trova al passo omonimo (2106 m s.l.m.), all'interno di un edificio storico che ospitava l'antico ospizio. È aperto da maggio a ottobre e ospita una ricca collezione di oggetti, documenti e ricostruzioni relative alla storia della via.
Come raggiungere il passo del San Gottardo da Bellinzona?
Da Bellinzona si può raggiungere il passo del San Gottardo in auto o in autobus attraverso la strada cantonale che risale la Valle Leventina fino ad Airolo, per poi proseguire con la storica Tremola fino al passo. In alternativa, il treno della linea del Gottardo ferma alla stazione di Airolo, da dove partono sentieri escursionistici.
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Fonti e Riferimenti Bibliografici
Questo articolo è stato redatto consultando fonti storiche verificate e documentazione ufficiale:
- Museo Nazionale del San Gottardo: gottardo.ch – Storia, collezioni e informazioni sulla via
- Cantone Uri: Archivio storico con documenti sui pedaggi e la gestione del passo
- Cantone Ticino: Ufficio dello stato civile di Airolo con registri storici dei viandanti
- Dizionario Storico della Svizzera: hls-dhs-dss.ch – Voci “San Gottardo”, “Via Gottardo”, “Ponte del Diavolo”
- Biblioteca Nazionale Svizzera: Manoscritti e documenti d’epoca sui commerci transalpini
- Swiss National Museum: Collezione di oggetti relativi alla storia dei trasporti alpini
Bibliografia specialistica:
- Braun, Rudolf (1985), Der Gotthard: Geschichte einer Passstraße, Orell Füssli Verlag
- Sigrist, Martin (2016), Il Passo del San Gottardo: Storia di una via europea, Edizioni Casagrande
- Schibler, Walter (2002), Teufelsbrücke: Mythos und Wirklichkeit, Verlag NZZ
- Caprez, Guido (2016), Gotthard Base Tunnel: Die neue Alpentransversale, AS-Verlag













